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GIORNALISMO : la fine della sua antica forma

Discorso di Paolo A.Valenti - Roma, 24 novembre 2017 - Sala Stampa Estera

ClubMediaItalie si presenta per la prima volta ufficialmente in Italia a più di 13 anni dalla fondazione. Una dimensione internazionale come questa è il nostro luogo naturale. Anche se principalmente franco/italiana la nostra associazione è consapevole che il giornalismo del futuro può essere solo internazionale.

ClubMediaItalie, nata come ClubMediaFrance nel 2004, è una associazione giornalistica europea di diritto francese affiliata alla FNSI che opera con vocazione di tutela su una ex frontiera che inanella Belgio, Lussemburgo, Francia, Italia, Svizzera, Principato di Monaco, la cerniera diagonale fra il nord e il sud dell’Europa. Ma al di là della tutela stiamo cercando di riempire un deserto, quello della mancanza di un giornalismo europeo poliglotta e diffuso sul piano continentale.

L’Italia che era stata fra i primi paesi ad aver capito l’importanza di sostenere associazioni giornalistiche di colleghi esteri, dovrebbe riuscire a proiettare oltre la post modernità questa tradizione a partire dal doppio binario della comunicazione per gli italiani all’estero e della necessaria attenzione all’informazione sui grandi media internazionali. Questo soprattutto se non si dispone di una voce internazionale come hanno tutte le altre grandi potenze..... l’Italia quindi sconta una arretratezza sconcertante. Non ha capito che la sua dimensione internazionale sul piano culturale è consolidata da secoli quindi basterebbe gestire questo vettore ma evidentemente non c’è la volontà.

Vorrei anche capire il concetto odierno del corrispondente estero. Con esclusione di quei paesi che adottano criteri antistorici destinati alla rovina dei loro popoli l’Europa non è più “estero” per italiani, francesi, tedeschi, spagnoli. Come europeo, italiano e giornalista del XXI secolo non posso più sentirmi straniero a Ginevra, Parigi, Berlino, o Londra.

E invece oggi c’è l’Europa della finanza, quella dei mercati, l’Europa della politica ma l’Europa del giornalismo non c’è. Se l’Europa del giornalismo esistesse, cioè una dimensione di vero dialogo collettivo, le redazioni del Corriere della Sera, di Le Monde, del Times o della Welt, l’insieme delle maggiori testate nazionali di ogni paese europeo si esprimerebbero già efficacemente in diverse lingue, saprebbero fare giornalismo in tante lingue e disporrebbero di siti multimediali che per ora non hanno e nemmeno progettano.

Probabilmente assiteremmo anche ad una accelerazione del dibattito europeo, della coesione europea e soprattutto ci sarebbero meno giornalisti disoccupati in tutto il continente.

Invece nell’era della comunicazione l’Europa dell’informazione non esiste perché la morsa della finanza, la logica dominante del profitto preferiscono tenere sotto scacco la nostra categoria, o meglio, la penalizzano visto che il suo mercato non è più florido come un tempo. Una dimensione che ha generato l’era del “post corrispondente precario, mal pagato, vulnerabile, ricattabile” come aveva ben indicato la nostra grande collega Marcelle Padovani in un atto di ClubMediaItalie del 2008 a Strasburgo.

Nel migliore dei casi possibili i giornalisti dovrebbero essere completamente distaccati dal mondo di appartenenza, dovrebbero essere proprio gli esseri delle lontananze destinati ad attraversare i confini. E forse sarebbe molto meglio che i giornalisti italiani facessero giornalismo in Germania e i tedeschi in Italia, gli spagnoli in Gran Bretagna, i francesi in Russia. Forse con un tale incredibile rimescolamento ci sarebbero molte piu chances di vedere con occhi nuovi la realtà e dare indicazioni migliori.

Il vero giornalista brucia le maschere, vede al di là delle apparenze. Tornando in Italia, osservando l’Italia dal nord Europa non posso che constatare la mancanza di una vera classe dirigente che mentre cerca di guidare il paese ne senta anche il peso morale. La borghesia italiana raramente si è assunta le responsabilità che le competono. E’ rabbrividente vedere le potenzialità del paese e contemporaneamente lo spreco delle risorse umane e mentali che viene fatto.

Resta comunque anche questo sentimento di un Europa che non esiste. La nostra visione, spero non utopica, dell’Europa è quella di una dimensione sociale che ha bisogno di parole vere, di contenuti, di significati, di una informazione ricca che parli tutte le lingue e lo faccia in tutti i paesi. Questa è l’unica vera possibile promozione del continente, l’unica possibile strategia del futuro.

Ho trascorso un lungo periodo in Asia centrale anni fa. I popoli di là, nella tragedia apocalittica della loro storia recente, mi hanno dato una lezione: se è vero che l’etnia maggioritaria dei pashtun detiene largo potere, che l’etnia hazara porta il peso del disprezzo generale, che le lande d’Afghanistan annoverino anche uzbeki, tagiki, turkmeni, baluci, nur, aimaq, i nomadi khoci le cui carovane si spostano anche di 1.500 chilometri (la regione a nord dell’Hindu Kush, con il Badakhshan e il Pamir, è la terra di origine dei tagiki) il brassage etnico è costante nonostante le guerre, la fame, il terrorismo.

L’occidente è stato incapace a configurare questa porzione di Asia e non si riesce a capire come mai ci si possa sentire perfettamente tagiki non soltanto nell’ Hindu Kush o nel Pamir, ma anche ad Herat, a Kabul, in Iran.

Il ‘popolo afghano’ non percepisce i vincoli dei confini geografici. Se un tagiko si sente tale in un’area vasta quanto l’Europa centrale perchè io non posso sentirmi pienamente italiano a Berlino o Parigi o Madrid e vivere di conseguenza in armonia con un intero continente vivendo la pienezza della mia cultura?

Il giornalismo ufficiale raramente racconta queste cose. E invece l’azione più profonda dell’informare è quello dello svelamento delle cose che sono nascoste o che vengono taciute ma sono in realtà indispensabili per la vita di tutti.

Il giornalismo è scolpito dalle mutazioni della realtà e la cosa esaltante è il fatto che si puo’ incidere sulla realtà e sulla vita dell’uomo con l’informazione. Il valore di allerta del giornalismo resta affidato alla capacità di individuare e indicare soprattutto i pericoli. Ma quando il giornalismo si ammala, quando il giornalismo diventa solo dipendenza dal potere e dalla moda, diventa la banalizzazione del web la sua funzione è annientata.

Oggi l’inganno è ancora più serpentesco. Giornalisti e lettori si mescolano nei quotidiani on line.

“I lettori scrivono un commento e leggono i commenti altrui più dell’articolo stesso. A volte il giornalista-blogger-sottopagato si butta nella mischia commenta un commento. Lo spazio dato ai commentatori offre informazioni utili alla Redazione come all’osservatore esterno: numero, livello culturale, indirizzo politico dei lettori attivi, ecc. Per una stessa notizia, si possono paragonare non solo gli articoli, ma anche le migliaia di commenti sguaiati di un Daily Mail con le centinaia di commenti elaborati di un New York Times – ha scritto sul nostro sito l’illustre collega Jean Santilli - La “tiratura” del giornale online, che stabilisce le entrate pubblicitarie, è il numero dei clic. Si può valutare un giornale dalla qualità di articoli e commenti, e dal numero di trappole a clic: il video del micino carino, la straordinaria scoperta sul buco nero in cinque righe che non basterebbero per spiegare le fasi della luna, ecc. E se clicchi il micino col buco nero, domani avrai il bau-bau con la cometa. Un giornale online di Milano, una volta autorevole, offre quasi lo stesso servizio dell’ANSA online: stesso titolo, stesso pezzo di un solo lungo periodo, ma suddiviso in tableaux, come al cabaret. Bisogna cliccare 10 volte per ottenere un’informazione compiuta banalissima”.

E Jean conclude giustamente dimostrando come giornalisti e lettori siano tutti passivi e interattivi, tutti vittime di uno stesso sistema che non sembra abbia molto migliorato l’umanità.

Ci si bea di queste grandi novità telematiche, i social media, il di tutto e il di più mentre l’Europa della comunicazione è ferma al palo.

Affrontare questi temi oggi solo in un’ottica nazionale è cosa più dannosa che ridicola. Davanti a questi problemi una parte della classe dirigente italiana dimostra non di essere cattiva o perversa ma semplicemente sciocca. C’è qualcuno che non ha ancora capito che la soluzione dei problemi internazionali è la chiave per risolvere i problemi locali? L’interdipendenza delle nazioni è una delle più chiare necessità che il momento impone. Ed è stata la cupidigia della finanza a voler cavalcare la globalizzazione, ma le cose non si possono fare a metà. Allora? Chi è che racconta al pubblico la verità sull’Europa? Chi sta realmente costruendo l’Europa dell’informazione e dell’avvenire?

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