Il vero passeur non era che un bacio

(in ricordo di Francesco Biamonti)

Forse anch’io ho avuto un passeur senza saperlo. Il mio confine fra la Liguria e il resto del mondo non recava cartelli. Era una strana dimensione spazio temporale. Le sue tracce erano quelle della fine dei decenni e della fine estate quando il passaggio in Liguria aveva chiuso un’altra stagione.

Fine anni Ottanta. Fine anni Novanta. Fine secolo. Ma come si riconosce l’ombra di terra straniera? Pochi mesi prima che il muro di Berlino si dissolvesse, abbattuto da un’ondata di pensiero politico e morale senza precedenti, destinato a rimodellare i giochi fra oriente e occidente avevo attraversato la Germania, anzi le Germanie. Sulle vecchie autostrade di cemento, che erano servite a Hitler per trasferire in fretta le divisioni corazzate, la velocità era bassa soprattutto ad est.

Agosto 1989, a nord di Norimberga il cielo si faceva metallico senza cambiare granchè verso Lipsia e Dessau ma dopo aver visto la campagna della Germania Ovest la sistemazione rurale dei campi e dei villaggi dell’est mostrava fin da subito la sua diversità. Pensavo che nel suo stentato sviluppo la DDR1 fosse rimasta come quegli appartamenti delle persone poco danarose che neanche dopo tanti anni possono permettersi di rinfrescare le pareti. Il fondo stradale delle vecchie autostrade non consentiva di superare di molto il rigoroso limite dei 100 all’ora ma la polizia distribuiva con “generosità” le multe fra gli automobilisti occidentali che venivano fermati in intere colonne. Ricordo che pagai almeno 30 marchi per essere andato a 102 km/h secondo quanto mi comunico’ un impacciato poliziotto orientale mostrandomi come prova un fogliettino su cui aveva scritto il numero 102. L’ingresso a Berlino ovest mi riservo’ comunque una sottile morsa d’angoscia forse proprio per quel violento contrasto fra la povertà dell’est e lo sfarzo dell’enclave occidentale. E poi di nuovo il confine, il muro. Per me attraversare un confine significa dare un bacio. Un bacio sulle labbra o un bacio metafisico. Quelli che ho dedicato a tutte le persone che ho amato. Ed è stata Berlino a insegnarmelo. A metà circa di quella che era stata la più splendente avenue della Berlino della Belle Epoque la Unter den Linden, si ergeva austero in epoca comunista il monumento a tutte le vittime del fascismo. Due guardie orientali, che ricordavano nel fisico gli “dei della razza”, ne sorvegliavano l’entrata, impassibili. Mi aggiravo con in tasca il sacchetto di marchi dell’Est da spendere prima di rientrare all’Ovest infilandomi in una di quelle metropolitane che non arrivi a sognare neanche negli incubi più contorti. I passanti osservavano incuriositi una bella ragazza americana, spumeggiante di sorrisi che con un’ amica ammirava il soldato di sinistra il cui volto rammentava un James Dean più alto e sereno, molto convinto del suo solenne incarico. A un certo punto la ragazza gli si avvicina sussurrandogli qualcosa in inglese. Lui si fa impassibile, ma la ragazza diventa audace. Il suo corpo emanava l’equilibrata fragranza di un profumo di classe. Cosi’, d’un colpo, la sua guancia tocca la bocca perfetta del soldato che stringe l’arma con una morsa d’acciaio. Lui diventa di pietra e allora lei lo bacia sulla bocca in modo cosi’ appassionato che alla fine anche lui risponde mentre un orlo di tenue rossetto gli colora la gota. I turisti applaudono ma nessuno è stato tanto veloce da scattare una foto in tempo. Solo la Vittoria alata della porta di Brandeburgo non si era accorta di nulla e noi non sapevamo che forse proprio quel bacio fra un’americana con la stoffa da attrice e un bel soldato dell’Est era la premonizione del disgelo che ci sarebbe stato in pochi giorni. Il passeur era un bacio. Il muro era crollato silenziosamente, crollato fra le labbra di un’americana e il volto di un soldato orientale, macchie di rossetto e un impacciato silenzio. Uno stupore profondo. Un piacere improvvivo.

Ma ci sono anche i passeur che coltivano fiori nella speranza d’inghirlandarle il pianeta. Dietro Ventimiglia Francesco Biamonti coltivava mimose e scriveva romanzi di confine per Einaudi. Come a Trieste lungo quel confine orientale che si stempera sul mare anche l’ultimo lembo della Liguria di ponente sprigiona il fascino secco del passaggio, della separazione e dell’addio.

Geografia e letteratura abbondano di luoghi cosi’: terre in cui il dialogo con gli elementi della natura è più forte di quello che si ha con gli altri esseri umani. Il mistero di Francesco, come quello di ogni altro scrittore di rango, stava nell’aver scoperto le porte dell’infinito fra le mimose, il mirto, le cupe fiammate degli ulivi, le notti e i passi di tutti coloro che vanno e vengono sul confine.

Francesco il “passeur” seguiva sentieri notturni nell’animo, nella letteratura e nella vita. “Si’ per me il confine è metaforico, è simbolico, è metafisico – mi aveva spiegato la prima volte che ci incontrammo in Liguria – è una metafora fra l’uomo e l’infinito. Penso che il confine porti a pensarsi più nell’infinito, fa superare ogni regionalismo e campanilismo. In questo senso lo adoperava anche il poeta Giogio Caproni: una metafora della psiche, dell’anima. Naturalmente non credo ai confini, diversamente non sarei stato tanto vicino al mondo dei passeur che pur nell’illegalità hanno una loro visione etica della vita”.

Italo Calvino aveva detto che Francesco Biamonti tentava una manovra molto difficile con i suoi libri: determinare le cose con una precisione assoluta e cercare allo stesso tempo di farle vibare liricamente. Compito che pochissimi scrittori raggiungono. “Anch’io penso che il valore lirico ci sia nei miei scritti – continuava Francesco - perchè la precisione (adopero sempre termini precisi e descrizioni precise) sfuma poi nella vaghezza. In questo mi sono attenuto al principio leopardiano secondo cui il vago è proprio tipico della poesia. Sicuramente ho fatto i conti con questa precisione assoluta perchè altrimenti non avrei trovato il correlativo oggettivo agli stati d’animo. Il correlativo oggettivo si inserisce in tutta la tradizione ligure da Montale a Sbarbaro ma possiamo rintracciarlo anche nella poetica di T.S. Eliot: raccontare sè stessi attraverso le cose osservate”.

Di Biamonti apprezzavo anche i silenzi. Nei primi anni in cui abitai stabilmente a Lione per lavorare alla Televisione Euronews Francesco era diventato una piccola star della ribalta letteraria francese. Due momenti belli fu quando parlò a Lione, a Villa Gillet e alla FNAC di Strasburgo. Era disarmante la sua abilità nel presentarsi in modo così dimesso, quasi timido e poi sfoderare sul palcoscenico un sapere letterario sconfinato. Sentiva il peso della potenza lirica della Liguria con figure tanto forti come Sbarbaro, Montale, Caproni e non solo. “Pensando a loro – diceva – non ci si sente mai all’altezza. Bisogna sempre attingere alla verità, alla disperazione, non ci si puo’ abbadonare alla faciloneria, bisogna stare sul lato eterno delle cose e infatti è difficile romanzare. Ma esiste questa verità abbagliante che poi ho riscontrato in tutta una tradizione letteraria. Oltre alla Liguria c’è anche Valéry con Le Cimetière marin ed anche il lirismo cosmico della letteratura provenzale più luminosa e assolata. C’è Cézanne”.
I miei articoli su Biamonti uscirono sulle pagine culturali di diversi giornali in Italia (La Nazione, il Resto del Carlino, Il Messaggero, Il Piccolo...) distribuiti lungo il corso degli anni Novanta. Lo percepivo come una specie di fratello maggiore. I nostri incontri non erano frequenti ma sempre molto interessanti, profondi. Uno degli ultimi era avvenuto proprio a Lione, sulle sponde della Saona, uno dei due fiumi cittadini. In pochi anni la seconda città di Francia mi aveva regalato le esprienze di una vita intera. Biamonti era stato a casa di Lorenzo Tomatis, forse il più grande oncologo italiano del Novecento che in realtà era anche scrittore. Non è mi è mai capitato se non sulle sponde del Rodano di percepire le segrete passioni di anime delicate come quelle di Tomatis e Biamonti ed anche del compianto Bernard Simeone, un medico mancato molto legato alle sue origini italiane e alla letteratura. Sul finire del secolo è stato il più appassionato ambasciatore della letteratura italiana in Francia. Bernard lo conobbi grazie a Biamonti e Bernard mi fece conoscere Tomatis. In pochi anni sarebbero scomparsi tutti lasciandomi la potente ricchezza del loro percorso e simultaneamente un grande, incolmabile vuoto.

Paolo Alberto Valenti

1 La Repubblica Democratica Tedesca (RDT) (in tedesco: Deutsche Demokratische Republik, abbreviato in DDR), è esistita dal  1949 al 1990 sul territorio corrispondente alla zona assegnata all'URSS alla fine della seconda guerra mondiale.

Edito

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