Un indeterminato cinema in Francia. Una sala piena. Si proietta Palombella rossa, storico film sulla crisi degli ideali socialisti nella società italiana fine anni Ottanta firmato dal regista, un tempo d’avanguardia, Nanni Moretti. Due studenti di un master in cinematografia che presentano il film e poi in successione lo commenteranno insieme a un pubblico di anziani, probabilmente della stessa età di Moretti. La storia del film è arcinota: un panorama disincantato sulle incapacità della sinistra in Italia a dare un senso al crollo del muro di Berlino e a produrre una svolta in seguito al tramonto delle ideologie. Le sequenze sono trapuntate di comicità e ironia (anche disperata) che consentono di individuare tutte le “macchiette” che si vedevano ai congressi dei partiti, alle riunioni sindacali, alle feste, nelle occasioni sociali.
Il deputato comunista Michele Apicella, giocatore di pallanuoto, è in piena crisi anche perché ha perduto la memoria in seguito a un incidente stradale, a tratti dubita anche della sua identità. La pallanuoto è solo una metafora dello scontro politico e per rendere tutto molto chiaro ci sono degli inserti di tribune elettorali ricostruite “in vitro”, cioè i programmi d’informazioni diffusi dalla Televisione nazionale con tanto di giornalisti che intervistavano i candidati. A contrappuntare la pellicola di Moretti ci sono anche spezzoni del film “Il Dottor Zivago” che risale semplicemente ad una delle tante poderosissime operazioni di propaganda anticomunista che Hollywood distribuì a piene mani col convinto supporto dell’allora inossidabile spin doctor della Casa Bianca Jack Valenti.
Il bello giunge a proiezione finita, nei commenti della sala. Il pubblico parla di un film non facile da digerire e capire fino in fondo. Il personaggio di Apicella – che la pellicola racconta anche con dettagliati flashback quando da bambino era costretto a tuffarsi in piscina per fare sport – non viene capito da questo pubblico francese, sembra “troppo scombussolato” dicono e poi anagraficamente troppo anziano per poter essere integrabile in una squadra di pallanuoto composta da ventenni. Apicella ha 35 anni. Il pubblico non riesce a interpretare tutte le distonie che Moretti mette in campo e che sono dettate unicamente da un calco dalla realtà, cioè dalle distonie che si vedevano tutti i giorni nell’Italia di allora. L’ossessivo “Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi?” messo in bocca a personaggi minori, non era che il tragico ritornello di quei compagni di scuola rivisti anni dopo e che non ce l’avevano fatta a superare l’impatto con la realtà e alcuni erano pure finiti in clinica psichiatrica. In anni più recenti il covid ha teoricamente semplificato il panorama delle patologie mentali degli adolescenti ma le radici profonde sono sempre quelle di una inadeguatezza alla realtà che risale anche alle patologie stesse dell’ambiente sociale in cui si vive.
La lettura non solo sociologica di questo confronto fra Palombella rossa e l’odierno anzianotto pubblico francese dimostra quanto non siano chiare le ragioni del profondo disorientamento di una massa importante della società italiana di allora. Si può solo apprezzare lo sforzo di riflessione sull’opera anche se la maggior parte dei commenti era esclusivamente di natura estetica sulla costruzione del film, sui colori e le azioni delle masse che contrappuntano il fraseggio cinematografico con quei picchi esilaranti in cui Moretti/Apicella fustiga, fino a schiaffeggiarla (oggi cosa impossibile), la giornalista stupida messa in campo perché adopera un repertorio di frasi fatte e di luoghi comuni che erano il pane quotidiano ed era vero che non servivano a niente se non a confondere ancora di più le acque o a puntellare un conformismo poco rassicurante. È vero che tutto il film appare come un disperato tentativo di rimettere insieme i brandelli di una vita e di una militanza politica a cui collabora anche l’amnesia da incidente del protagonista.
Quello che tuttavia il regista invoca è la dignità dell’essere comunisti nella società italiana cosa che il viscerale sottofondo di retorica anticomunista dell’Italia di allora e di sempre non ammette. Ed una Europa che colloca sullo stesso piano fascismo e comunismo marca ancora una distanza inaccettabile e non solo perché al suo tramonto il socialismo sovietico ha prodotto un essere umano di pregio assoluto come è stato Mikhaïl Gorbachov, che aveva spento la macchina bellica dell’Armata Rossa, mentre il nazifascismo al tramonto produsse solo due squallidi dittatori che hanno portato al suicidio i loro popoli arrivando a disprezzare nel profondo anche coloro che li avevano sostenuti fino in fondo. Una totale mancanza di umanità che è veramente il male assoluto. La superiorità morale degli ideali socialisti resta quindi fuori discussione.
Probabilmente dall’amnistia verso i fascisti approvata anche da Togliatti (vi immaginate un nazifascista che dà l’amnistia ai combattenti comunisti??) si è generata una ripulsa totale non solo a quanto di tragico si sia consumato in Unione Sovietica ma a qualunque forma di socialismo possibile cosa che equivale al fallimento completo dell’insieme della politica occidentale postbellica.
A Pechino, anche se in un regime dittatoriale, è stata trovata la quadra e per ironia della storia da un paese guidato dall’utopia comunista è sorta la più ricca, efficace ed avanguardistica soluzione neocapitalista del terzo millennio, quasi un assurdo. In Europa e in America si avverte solo la melanconia del tramonto, la fine di un regno che ha pascolato su colonialismo e guerre inenarrabili e per non morire si accinge a nuovi sempre verdi capolavori bellici che potranno tranquillamente dare il colpo di grazia all’Occidente. Quando Moretti fa dire al suo personaggio: “Perché tutta questa paura di noi?” (mi auguro) allude proprio a questo, a un paese che nel 1945 era sostanzialmente comunista e a cui è stato negato sia da est che da ovest di vivere la sua vera vocazione socialista, peraltro da far risalire agli esiti migliori del Rinascimento, non certo solo alla rivoluzione francese o a quella comunista.
Quando il cronista in incognito ha preso la parola evocando quella che è la storia vera e cioè che nel 1945 esistevano dei piani clandestini angloamericani per imbarcare la Wermacht e ricacciare a est l’Armata Rossa, magari con l’ausilio delle bombe atomiche, e che il lavoro cardinale dell’ambasciata statunitense a Roma nel dopoguerra era stato quello di sorvegliare attentamente il Partito Comunista Italiano e magari far scoppiare una guerra civile per impedirgli di andare al potere, occupando quindi militarmente e in modo massiccio la penisola (come oggi si manovra su Venezuela e Groenlandia), il pubblico francese si è sentito smarrito, perché come quello italiano non è al corrente della storia vera e pensa ancora che tutto il male stia ad est e tutto il bene stia ad ovest. Esattamente come nei film a stelle e strisce che Jack Valenti approvava e faceva distribuire Urbi et Orbi.
Paolo Alberto Valenti