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LA MISERIA DEL PRECARIATO

Il dramma del precariato giornalisticoIniziamo da alcune cifre da paura. L’Ordine dei giornalisti, nel gennaio 2024,
recensiva 26.086 giornalisti professionisti e 68 mila pubblicisti. Di tutti questi solo 15 mila, e stiamo larghi, sono coperti da un contratto di lavoro dipendente. Dei co.co.co. (collaborazione coordinata e continuativa) e dei precari – è più simpatico dire free-lance, fa meno bracciante dell’informazione – oltre il 45 per cento non riesce a fatturare 5000 euro all’anno. Lordi. E l’80 per cento guadagna meno di 20 mila euro all’anno, sempre lordi. Cifre dell’INPS, non quelle suggerite per giocare al lotto. In Italia si arriva ormai a proporre 7 euro per un articolo.
Accettati. Una delle professioni considerate tra le più prestigiose, si è trovata oggi tra le più squalificate.
Quindi?
La segretaria generale dell’FNSI, Alessandra Costante, ha recentemente affermato che “il precariato ha raggiunto livelli patologici”, questo mentre il Garante della concorrenza e del mercato nel 2007 ha fatto rimuovere il tariffario minimo per i giornalisti autonomi, tariffario d’altra parte mai applicato da alcun editore.
La situazione è lasciata in mano alle testate e al volere delle redazioni che impongono
vieppiù elemosine ai giornalisti nel nome del sacrosanto mercato al ribasso, quello che ci porterà tutti a diventare veri e propri rider della notizia – più notizie porti, più a fine giornata sarai pagato e poco importa che tu non abbia verificato, poco importa che tu abbia scritto coi piedi, poco importa che la notizia tu l’abbia raschiata dal fondo del secchio – l’importante è che gli azionisti siano soddisfatti dell’utile a fine anno.
Quanto ci si mette a scrivere un reportage? Quante interviste si devono fare? E le
trasferte? E le foto? Nessuna indennità, privati delle stabili tutele di lavoro subordinato, tutto a carico del giornalista che, se è corrispondente dall’estero come è il nostro caso, paga tutto più caro rispetto all’Italia. Un reportage se va bene, se è lungo dalle cinque cartelle in su è pagato in media 50 euro, se si vince il Paradiso 120. Sempre lordi. A Parigi, una donna delle pulizie prende in media tra i 20 e 30 euro netti all’ora. Facciamo un po’ i conti?
In Francia il 70 per cento dei giornalisti lavora con contratto a tempo indeterminato
con uno stipendio medio mensile di 3650 euro, il 23 per cento è composto da free-lance e guadagna 1951 euro al mese quando un ultimo 2 per cento è sottomesso a contratto a termine per 2958 euro mensili. Parliamo sempre di lordo. A Oltralpe la remunerazione per i free-lance è regolamentata, sissignore, a 60 euro a cartella di 1500 battute. È vero che non è sempre applicata, ma si parte da altre basi. Spaziali per noi italiani.
E tutto questo porta a cosa?
Stress per noi braccianti, certo, ma soprattutto un’informazione impoverita,
handicappata, imbavagliata, non garantita. Con i prepensionamenti a raffica e senza nuovi assunti a articolo 1, i giornali ormai vivono grazie ai precari. E si vede. Le notizie possono sempre più essere manipolate dall’alto perché chi le scrive non può rifiutare di scriverle – verrebbe depennato dalla lista dei rider dell’informazione se lo facesse e il suo posto verrebbe occupato immediatamente da un altro poveraccio, ce ne sono talmente tanti.
Una tristezza, anzi quasi uno squallore infinito. Però c’è un però. Sì, siamo tutti
rassicurati dalla nostra ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, quando dice, come lo ha fatto il 20 luglio 2026, che si sbaglia a voler andar a lavorare via dall’Italia, perché questo “è il paese più bello del mondo con delle grandi opportunità”. Per poi aggiungere, per capire quali siano queste grandi opportunità “che è importante aprire le proprie categorie mentali”.
Ma quanto guadagna la signora per dire parole così illuminate?

Francesco Rapazzini

Ringrazio per la redazione dell’articolo le giornaliste Francesca Barca e Marta Abbà e
le testate VoxEurop e La Via Libera.

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