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“La guerra fredda culturale” di Frances Stonor Saunders, Fazi Editore

La guerra fredda culturaleUna classe dirigente che, vinta una guerra mondiale, comprende di non avere motivazioni ideologiche inattaccabili da opporre a quello che è stato il suo potente alleato è costretta a fare i conti con la storia. Così il terrore del comunismo che gli Stati Uniti ebbero fin dal 1945 è messo a fuoco in modo implacabile dalla studiosa britannica Frances Stonor Saunders col suo capolavoro “La guerra fredda culturale”, Fazi Editore. Un testo che a giusto titolo si definisce un classico del giornalismo storico, già tradotto in oltre 20 lingue. Un’indagine profonda, ai limiti della psicoanalisi (e anche del pettegolezzo) su quel movimento elitario di intellettuali, funzionari, imprenditori e cow boy a stelle e strisce nemici giurati degli ideali socialisti in nome delle presunte libertà dell’Occidente. “Disarticolare, a livello mondiale, gli schemi dottrinari che hanno fornito una base intellettuale al comunismo e alle altre dottrine ostili agli obiettivi americani e del mondo libero” era il diktat maggiore del documento di Packet, il programma dottrinale del 1953 che seguiva e metteva in pratica gli scopi della CIA nel mondo.

Svanite le velleità di una efficace denazificazione della Germania post bellica s’imponeva (contro la morale comune) la necessità d’imbarcare quelle legioni di ex nazisti da riattivare nella lotta al comunismo. Oltre alla bassa manovalanza si salvavano personaggi di rango come il direttore d’orchestra Herbert von Karajan e la soprano Elisabeth Schwarzkopf che ebbero entrambi un intenso legame col nazismo e che passarono indenni a nuove stagioni di successi.

L’ Office of Policy Coordination (OPC), era fra le strutture segrete di spicco della CIA impegnata a livello internazionale contro il pericolo rosso. La testa di un’idra che sviluppò operazioni occulte con una pletora di organismi finanziati in modo da nascondere comunque la longa mano dei servizi USA.

Fin dalle prime pagine nascono però non pochi sospetti su visioni (o allucinazioni) statunitensi artatamente distorte: “grazie alla propaganda russa l’America era considerata culturalmente povera”, si legge a pagina 28 del corposo saggio. Di sicuro l’Unione Sovietica adoperò strumenti culturali, in primis la musica, per ribaltare l’immagine degradata che soprattutto la propaganda nazista aveva strombazzato per anni dipingendo i popoli e le culture dell’est come rozze, barbare inferiori. Era piuttosto ovvio che la riconversione dell’Europa a regione satellite degli Stati Uniti non poteva basarsi solo su chewing gum, sigarette e boogie-woogie (cavallo di troia per swing, jazz e poi anche per il successivo rock’n’roll).

L’IMMENSITA’ DELLA RUSSIA

Da Mosca era giunta una spinta rivoluzionaria eccezionale che sull’onda di una vittoria epocale, oltre al vantaggio di campo (era in Europa), contava sul fascino, almeno teorico, degli ideali di uguaglianza e fratellanza fra gli uomini.

Gli USA rappresentavano la modernità, ma la modernità non basta a fare grande una cultura. Senza il ricordo di un Medioevo, senza una stratificazione di tradizione, colpa, sacro, rovina e rinascita, resta solo un presente gonfiato, rumoroso e fragile di una cultura che corre ma non sempre sa dove andare. La cultura russa, invece, non ha mai avuto bisogno di travestirsi da novità permanente, possiede nel profondo il peso della storia, il dramma dell’impero, l’immensa ferita della sofferenza collettiva. Tolstoj, Čechov, Dostoevskij non erano dei cowboy, non abbellivano il vuoto, lo rendevano umano. La cultura americana ha dominato il mondo perché ha dominato i mezzi, non perché abbia vinto la partita dell’immensità. La Russia, con tutti i suoi contrasti e le sue tragedie smisurate (dagli zar alla rivoluzione), ha prodotto una civiltà dell’interiorità, della memoria e del conflitto spirituale. Una cultura può anche essere più potente nel presente, non per questo è più grande.

LA NASCITA DELLA CIA

Gli Stati Uniti erano ben coscienti che la vittoria in Europa e nel Pacifico doveva essere rapidamente messa a frutto sotto ogni profilo. Dall’unione “virtuosa” della dottrina Truman col piano Marshall scaturì la CIA (erede della OSS) cioè la più poderosa organizzazione d’intelligence mai messa in campo in un periodo di pace relativa. Il concetto strategico era quello di una macchina d’influenza senza limiti, un apparato per la colonizzazione dell’immaginario universale che decretasse gli Stati Uniti se non come il paese delle meraviglie almeno come il regno del bene. A tal fine bisognava ingaggiare il maggior numero raggiungibile di collaboratori e informatori, possibilmente di rango, un po’ ovunque. L’esercizio dell’influenza senza limiti si omologava a quanto scritto da Norman Mailer nel romanzo “Il fantasma di Harlot”: “noi interveniamo su tutto”. Le ragioni ovviamente risalivano al fatto che il Cremlino si fosse impegnato a dominare con la sua “fanatica ideologia” l’urbe terraqueo. Tuttavia i ripuliti cowboy della nascente CIA oltre a promulgare la teoria della “menzogna necessaria” erano i solerti eredi delle manovre della OSS che in filigrana, già prima della fine della seconda guerra mondiale, aveva prospettato l’ingaggio dei rottami della Wermacht per ricacciare ad est i cattivissimi comunisti. Grazie a Dio il Presidente Truman non cadde nella trappola (non solo perché aveva la bomba atomica) confortato da una visione molto realistica sulle limitate risorse sovietiche per sovvertire il mondo.

Il 19 dicembre del 1947 la filosofia di George Kennan (ideologo del Piano Marshall) si trasformò in legge federale con la direttiva NSC-4 (National Security Council) che istruiva il direttore della CIA per l’avvio di operazioni psicologiche coperte a supporto delle politiche anticomuniste. Le ragioni venivano da reali o presunte operazioni segrete del Cremlino volte a minare gli Stati Uniti e il codazzo delle malconce ex-potenze coloniali/occidentali. Ecco allora operazioni a vasto raggio di contropropaganda a livello culturale e di sostegno economico: riviste, congressi, mostre, disseminazioni anche oltre cortina di supporti cartacei o testi, creazioni di reti radiofoniche per non parlare del poderoso ruolo di Hollywood e delle tournée di orchestre a stelle e strisce. Il tutto concepito con una tecnica tale per cui le prove dei finanziamenti della CIA per le attività antisocialiste non dovevano neanche profilarsi in lontananza. Tutti scopi che non potevano prescindere dall’imbarcare con effetto immediato ampie frange di nazifascisti doc come quelli dell’organizzazione Gehle, l’unità d’intelligence nazista mantenuta intatta (?) dagli statunitensi per spiare Mosca.

Washington interpretava e alimentava un diffuso stato d’animo di paura nei popoli anglofoni e non solo. Eppure il governo britannico, nel pieno della seconda guerra mondiale, aveva incoraggiato un’immagine positiva di Stalin sebbene già prima dell’operazione Barbarossa Churchill fosse pieno di riserve sul comunismo e a Yalta mostrò tutta la sua avversione alla prosecuzione dell’alleanza con Mosca dopo il conflitto. Anche per questo resta fortissimo il dubbio che il trattato Ribbentrop Molotov (l’effimero patto di non aggressione fra Hitler e Stalin prontamente tradito dai nazisti) fosse il risultato della scarsissima considerazione che inizialmente UK e USA dedicarono a Mosca. Stonor Saunders distingue tra propaganda di guerra e posizione politica personale di Churchill. Churchill poteva essere profondamente diffidente verso il comunismo e, allo stesso tempo, sostenere temporaneamente un’immagine di Stalin più rassicurante perché l’obiettivo immediato era sconfiggere Hitler.

Il 25 marzo 1949 al Waldorf Astoria di New York si tenne la Waldorf Peace Conference, un incontro legato alla tensione iniziale della Guerra fredda e associato alla rottura diplomatica tra Stati Uniti e URSS (in realtà avviata da Washington fin dai tempi della pace separata di Bolzano del maggio 1945). Da quell’episodio viene spesso ricordato anche il clima politico che favorì la peste del maccartismo. Dopo aver reclutato i nazisti Washington chiamava a raccolta gli ex comunisti che avevano rotto con Mosca. Nulla veniva lasciato al caso.

Intanto a Parigi nell’aprile 1949, viene organizzato dal Movimento per la Pace (a forte ispirazione marxista) il Congresso mondiale della pace con un apparato di preparazione che coinvolse anche figure come Jean Laffitte, Pietro Nenni, Frédéric Joliot-Curie. Era stato promosso dall’area dei Partigiani della Pace, che poi darà vita al Consiglio mondiale della pace. Gli eventi si moltiplicarono e la strutturazione massiva dell’apparato dell’anticomunismo trovò nella conferenza di Berlino nel giugno del 1950 un momento di svolta: vi parteciparono fra gli altri Arthur Koestler, l’ungherese naturalizzato britannico che dopo essere stato comunista fino al 1931 fu autore del famoso “Buio a mezzogiorno”, una violenta denuncia del sistema sovietico. E’ presente anche Ignazio Silone, ex comunista di posizioni più moderate rispetto a Koestler il cui intervento insieme a quello in tedesco  di Franz Borkenau fece reagire lo storico e commentatore britannico Hugh Trevor-Roper con queste parole : “Secondo me non c’era un granché di intellettuale, mi resi conto che si trattava di una risposta alle conferenze di pace sovietiche condotta con lo stesso stile (…) Borkenau parlava in tedesco e mentre lo ascoltavo (…) provai la sensazione che si trattasse delle stesse persone che 7 anni prima avevano approvato con analogo clamore simili denunce del comunismo proferite da Goebbels allo Sports Palast.”

La CIA, che era alla base dell’evento, armando il Congresso per la libertà della cultura, con succursali praticamente in tutto il mondo non socialista, fa approvare il “Manifesto della libertà della cultura” in cui si decretava che “la libertà è passata all’offensiva”. Parigi viene preferita alla più esposta Berlino come sede di elezione per il Congresso che viene dotato di una sorta di polit bureau come il Cominform. Giocando al contrattacco gli USA adottano tecniche riflettenti rispetto a quanto l’URSS faceva per diffondere il credo comunista. Praticamente la teoria dell’effetto domino di maccartiana memoria veniva applicata pari pari alla conquista delle menti degli indecisi (la lotta non era solo al comunismo ma anche al neutralismo) e il terzo paragrafo de “Il Manifesto per la libertà della cultura” chiariva bene: “La pace si può preservare unicamente se il governo sottomette i suoi atti all’esame e al controllo del popolo che governa”. Ma la CIA agiva già in violazione di questa dichiarazione di principi che finanziava col Congresso per la libertà. A questi intenti davano credito personalità come Ignazio Silone, Arthur Meier Schlesinger, Isaiah Berlin, tutti entusiasti per l’operatività di un organismo che promuovendo la libertà in realtà la negava.

Fra i presidenti onorari dei Congressi troviamo personaggi d’alto rango come Benedetto Croce, Bertrand Russel (matematico e filosofo) presto dimissionario, lo svizzero Denis de Rougemont (un socialista non marxista che era stato autore del saggio “L’amore e l’occidente”). Silone era a capo dell’Associazione italiana per la libertà della cultura e negli anni Cinquanta federò circa 100 gruppi culturali indipendenti a cui venivano forniti conferenzieri, libri, opuscoli, film e uno spirito cosmopolita che inneggiava all’America. La sua pubblicazione si chiamava “Tempo presente” diretta insieme a Nicola Chiaromonte.

LA STAGIONE DEI FESTIVAL

Fra le grandi manovre degli anni Cinquanta spicca l’organizzazione a Parigi di un Festival Artistico che avrebbe dovuto federare i più brillanti autori europei con un adeguato apporto di personalità artistiche statunitensi. Lo concepì Nicolas Nabokov che non era solo un collaboratore del Congresso per la libertà della cultura, ma una delle figure musicali più in vista del momento. Riuscì a far partecipare all’iniziativa Allen Tate, Roger Caillois, Eugenio Montale, Guido Piovene, James T. Farrell, Glenway Westcott, William Faulkner, W.H. Auden, Czeslaw Milosz, Ignazio Silone, André Malraux, Salvador de Madariaga, Stephen Spender. Sartre e Camus avevano rifiutato di partecipare al festival anche perché “non erano abbastanza anticomunisti”.

Quando nel 1952 apparvero i resoconti sul “Festival del XX secolo” la stessa stampa moderata lo trovò assolutamente mediocre: ci si rese conto che l’operazione era esclusivamente e marcatamente propagandistica e antisovietica. La Cia non riuscì a espugnare Parigi a metà del XX secolo anche per quel legittimo antiamericanismo che non era esclusivo appannaggio delle classi colte francesi. L’unico vero risultato del festival fu il successo della Boston Symphony Orchestra che inanellò una tournée di rango in nord Europa. Gli USA non erano più solo carri armati, jazz, dentifricio e coca cola.

Intanto l’11 maggio del 1949 era stato varato a New York da Allen Dulles (che aveva diretto in Europa la OSS nelle fasi critiche della guerra) il National Committee for a Free Europe, cioè uno dei più ambiziosi progetti della Cia. Obiettivo “impiegare le molte e diverse capacità degli esiliati dell’est europeo per lo sviluppo di programmi che contrastino attivamente la dominazione sovietica”. Il braccio media sarebbe stata la rete delle Radio Europa Libera (oltre alle riviste del Congresso) e come fattivi sostenitori i maggiori dirigenti dei più importanti gruppi industriali statunitensi col loro codazzo di giornalisti, direttori di fondazioni e musei. La Cia innaffiava segretamente il tutto con fiumi di milioni di dollari, senza dover giustificare in dettaglio la contabilità. Fra i procacciatori di aiuti anche un giovane attore che si chiamava Ronald Reagan. Crusade for Freedom era il nome della sezione finanziamenti diretta da Reagan che servì anche a far passare i soldi della Cia a un programma chiamato International Refugee Comittee servito, presumibilmente, a coordinare l’espatrio di nazisti tedeschi (non solo dalla Germania agli USA) che dovevano diventare le pedine della vasta crociata antisovietica, praticamente una ulteriore variante della ratline che aveva visto l’unione “virtuosa” di Usa, Croce Rossa Internazionale e Vaticano nel rifornire di nuove identità e salvacondotti moltissime ex SS, che in prevalenza erano criminali di guerra.

IL RUOLO DELLE FONDAZIONI

Negli anni Cinquanta l’apparato antisovietico tende a identificarsi con tutta la società statunitense che conta, col suo stuolo di fondazioni a partire dalla più importante, la Fondazione Ford, formicolante di  dirigenti ricchissimi e potentissimi che, in spregio a quello che oggi si chiamerebbe conflitto d’interessi, facevano come agenti segreti i loro personali interessi finanziari e contestualmente gli interessi primari della geopolitica a stelle e strisce, un coacervo di personalità di stato e delle grandi imprese con uno stuolo di interrelazioni affaristiche oscure davanti alle quali i maggiori traffici illeciti  di mafia e ‘ndrangheta potrebbero apparire come il mercatino domenicale dei boy scout. La Fondazione Ford era la capofila nella guerra senza quartiere al pericolo rosso e a quanto di presumibilmente efficace le centrali comuniste potevano mai armare nel mondo.

Anche la Fondazione Rockefeller fu un cardine dell’apparato anticomunista con in testa il leggendario mecenate John D. Rockefeller. La ridda di personaggi che articolavano la crociata contro il comunismo svela inoltre aspetti macchiettistici, per esempio con Michael Josselson, funzionario/intellettuale di origine estone, naturalizzato statunitense. Era il direttore del parigino e rilevante Congress for Cultural Freedom, cioè uno dei tanti agenti della Cia camuffati da operatori culturali. Nel 1953 si era sposato in seconde nozze Diana Dodge, ex abile segretaria delle formazioni sindacali statunitensi e di organismi che monitoravano le organizzazioni comuniste. I ricordi parigini di questa signora dimostrano come il manuale delle giovani marmotte poteva essere declinato anche ad altissimo livello ma le sue dinamiche erano percepite come se ci si trovasse alla Casa Bianca nei primi 100 giorni dell’amministrazione Kennedy. Diana vedeva nel marito non solo un poliglotta geniale ma era convinta che con lui “tutto il gioco mondo” passasse nella loro vita; così scrive: “Era incredibile come al mattino potesse parlare di scrittori boliviani, di scrittori asiatici nel pomeriggio (…) Ricordo che a Parigi mi sedevo al caffè con Stravinskij e sua moglie mi spiegava come fare i blinis (…) il Congresso per la libertà della cultura era come la Rivoluzione Francese”. Fra le azioni più “fulgide” di quegli anni appaiono i sabotaggi (a suon di dollari) degli scioperi dei portuali di Marsiglia che potevano rifiutarsi di scaricare le armi destinate alla Nato o simili amenità inframmezzate da un déjuner al Café de Flor (il preferito da Sartre) e un picnic domenicale a Fontainebleau.

CACCIA AL LIBRO ROSSO

Quando la macchina repressiva del maccartismo andò a regime, dopo il processo e la condanna a morte dei coniugi Rosemberg, accusati di essere stati spie dei russi, una serie di libri e autori furono messi all’indice in una logica perfettamente in linea con quella applicata dai nazisti. Le opere di Julius, Singer, Reed, Gene, Gor’kij e di molti altri furono messe al bando. Destinati al rogo ci furono, fra gli altri, anche “La montagna incantata” di Thomas Mann (che pure aveva avuto la cittadinanza statunitense proprio per sfuggire alla scure dei nazisti), “La teoria della relatività” di Albert Einstein, gli scritti di Sigmund Freud, “I dieci giorni che sconvolsero il mondo” di John Reed. Il saggio di Thoreau sulla “Disobbedienza civile” venne bandito negli Stati Uniti nello stesso modo in cui venne vietato nella Cina maoista! Una tempesta di proteste investì le varie componenti dell’amministrazione a stelle e strisce tanto che dal consiglio di gabinetto presieduto dal Presidente Eisenhower il 10 luglio 1953 uscì questa laconica conclusione: “Non possiamo passare in rassegna le opere senza sembrare pazzi o nazisti”. Di fatto Eisenhower non si scontrò in modo cruento con McCarthy che sospettava tutti di essere filocomunisti ma a sua volta era molto mal visto in alcune alte sfere dell’amministrazione statunitense. McCarthy non utilizzò la ghigliottina ma bruciò non poche carriere oltre a creare gravi problemi alle operazioni della stessa CIA ormai specializzata nel reclutamento di ex comunisti o socialisti proprio per poter beneficiare delle loro conoscenze. Messo successivamente fuori scena McCarthy morì alcolizzato sul finire degli anni Cinquanta.

RUSSEL, IL RIBELLE

Dall’altra parte dell’Atlantico intanto si tolleravano male le letali spacconate dell’anticomunismo statunitense: con una lettera di fuoco pubblicata dal The Manchester Guardian il 26 marzo del 1956 l’eminentissimo Bertrand Russell condannò senza appello il sistema giudiziario statunitense, l’FBI e tutta la coreografia che aveva portato sulla sedia elettrica i coniugi Rosenberg nel 1953. La lettera fu un terremoto aggravato dalle definitive dimissioni di Russell da presidente onorario del Congresso britannico per la libertà della cultura. Russell nella sua accusa aveva paragonato i metodi della giustizia statunitense a quelli della Germania nazista e della Russia di Stalin. A ricaduta ci furono le dimissioni di James T. Farrell dal Congresso americano ribellatosi al carattere meschino e poliziesco dei suoi compagni di crociata.

LA POVERTA’ CULTURALE DELL’ANTICOMUNISMO

Fra gli altri importanti e controversi funzionari della CIA durante la Guerra fredda Stonor Saunders si sofferma anche su James Jesus Angleton. Fu il responsabile del controspionaggio dell’agenzia dal 1954 al 1974, ed è ricordato soprattutto per la sua caccia alle “talpe” sovietiche, ossessionato com’era dal timore che il KGB avesse infiltrato i servizi occidentali. Fu il regista della vittoria della Democrazia Cristiana nelle elezioni del 1948 cosa che rappresentò il primo vero successo degli intrighi americani per sbarrare le porte del potere al Partito Comunista in Italia. Altra meraviglia fu, nel 1949, il Premio Bollingen (per i “Canti Pisani”) a un Ezra Pound reduce dal manicomio criminale come traditore della patria. Perché premiare il più fascista e antisemita degli intellettuali americani? Perché era il rappresentante più estremo di quella cultura d’élite che le avanguardie prone alla Cia, o facenti parte di essa, volevano salvaguardare e promuovere, non importava nulla che avesse ancora il mito di Mussolini e che avesse definito l’autore del Mein Kampf un “santo e martire” al pari di Giovanna D’Arco. Nel saggio troverete anche altri straordinari esempi di sensibilità artistica come quella di George Dondero, deputato repubblicano del Missouri,  che sparò a zero contro tutte le avanguardie artistiche, espressionismo, futurismo (!), dadaismo, astrattismo, tacciandole di sovversive e comuniste, una povertà mentale che gli fece scrivere :”Il cubismo mira a distruggere con un disordine calcolato”, questo pochi anni dopo che il nostro ottimo Camillo Sbarbaro si fosse espresso con acume eccezionale scrivendo: “Il cubismo è un caso di atavismo,  l’uomo che si ricorda di quando era cristallo”. Per Dondero gli artisti d’avanguardia erano tutti al soldo di Mosca e ci furono innumerevoli testate giornalistiche che fecero echeggiare queste folli considerazioni in tutta l’America, chiarisce la studiosa britannica. Soprattutto nell’espressionismo astratto vedeva la prova del complotto comunista probabilmente ignorando del tutto che anche a Mosca il realismo socialista la faceva da padrone nell’arte. Dondero non riuscì però a offuscare il nascente astro espressionista di Jackson Pollock che fu considerato dalle élite dominanti un vero artista americano, un autoctono, un cowboy dedito all’alcool, insomma il campione perfetto della virilità nazionale. Proprio la CIA anche attraverso il Moma si esibì in un programma occulto di promozione dell’espressionismo astratto che negli anni Cinquanta divenne un altro cavallo di Troia da infilare con diverse esposizioni nelle maggiori istituzioni museali europee, Louvre compreso. La CIA utilizzò gli artisti statunitensi per contrastare per esempio il Festival della gioventù comunista a Vienna del 1959.

LA RISORSA DIO

Quando nel 1961 la CIA si trasferì nel suo nuovissimo quartiere generale fra i boschi della Virginia Allen Dulles fece scrivere su una parete del salone Langley questo versetto della Bibbia: “Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi “Giovanni 8,32. L’onorata società anticomunista scopriva definitivamente la risorsa Dio anche perché sulle banconote era apparsa la scritta “In God We Trust”, poi non così lontana dal più realistico: “In Gold We Trust”. La santificazione della guerra fredda contro il comunismo era cominciata anche perché “dietro il comunismo c’è sempre Satana”.

Sul poderoso versante cinematografico, che aderì pienamente alla crociata contro Mosca, il prototipo dell’anticomunista doc fu John Wayne che fece tutto il possibile per evitare il servizio militare nella seconda guerra mondiale cosa che non gli impedì minimamente di diventare (anche in technicolor) il modello perfetto del soldato americano, l’uomo della frontiera che domava il mondo. Interessante seguire inoltre la Stonor Saunders nei labirinti cinematografici statunitensi di una fetta del XX secolo: negli anni Venti e Trenta ci furono produzioni antibolsceviche per poi passare nel periodo della guerra agli elogi del popolo russo con “Tamara, figlia della steppa” o il famoso “Mission to Moscow” e quindi ripiombare nella guerra fredda con “Incubo rosso”, “The Red Menace” e via dicendo. Le mode restavano rigorosamente al diapason della politica.

Nelle oltre 500 pagine de “La guerra fredda culturale” non si svelano solo i sordidi recessi della paura del comunismo ma anche tutte le incongruenze di un sistema che concepiva il confronto solo in termini di scontro senza quartiere per una serie infinita di convenienze di dominio e potere. Molto illuminanti appaiono le parole del senatore William Fulbright che da ideologo della guerra fredda ne divenne forse il suo maggiore detrattore quando scrisse: “Né dalle file del governo, né da quelle del Congresso si è mai alzata nulla più di qualche sparuta, isolata voce a suggerire come la politica sovietica in Europa potesse essere ispirata da esigenze di sicurezza, magari patologiche, della stessa Unione Sovietica piuttosto che dall’obiettivo di conquistare il mondo. Praticamente nessuno tra le persone di potere, si dimostrava ricettivo rispetto all’ipotesi che la minaccia sovietica riflettesse una debolezza più che una forza e fosse sostenuta dal ricordo del 1919 quando le potenze occidentali erano intervenute nel tentativo, pur non troppo convinto, di strangolare “il mostro bolscevico” nella culla. La nostra stessa politica si è formata senza il contributo di una opposizione costruttiva”.

Il monito di Fulbright è quanto di più attuale possa esserci anche in relazione alla questione ucraina e rivela come il danno maggiore della politica ottusa porti alla rovina collettiva soprattutto quando si fa il lavaggio del cervello ad elettori sprovveduti che si bevono tutto. Con la guerra del Vietnam gli Stati Uniti hanno poi semplicemente dato la stura ad un’ondata di ripulsa internazionale che annullando i magri successi della guerra culturale al comunismo finì quasi per riqualificare l’immagine di Cina e Russia. Tra le frattaglie di queste vicende si trovano inoltre i tentativi per screditare il cattivissimo poeta comunista cileno Pablo Neruda a cui non bisognava far dare il Nobel che comunque ottenne per meriti incontestabili. Rabbrividisce pensare che a fronte dell’attuale tragica congiuntura internazionale i servizi segreti di tanti paesi in alta percentuale o sono inutili oppure sono altamente dannosi.  Intanto i protagonisti di questo saggio straordinario, che a tratti tende al romanzo, ebbero molto spesso fini tragiche (alcool, marginalizzazione, suicidi, depressioni, follia…) a coronamento di esistenze che non potranno mai dirsi esemplari.

Paolo Alberto Valenti

Joseph Stalin

Joseph R. McCarthy

Ignazio Silone

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Pablo Neruda

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