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Storia di una donna

Maria Ronco

Cento anni fa nasceva ad Arezzo Maria Luigia Ronco. I doni della sua letteratura per i più piccoli sono ancora vivi. In lei tutto nacque nel lavoro con le scuole, una passione per l’infanzia che appartiene solo ai poeti.

FESTA: 11 NOVEMBRE, SAN MARTINO

Racconto autobiografico di Maria Luigia Ronco Valenti

Meleto… Meleto di Saludecio… Quando il Provveditorato agli Studi di Forlì mi aveva dato l’elenco delle sedi disponibili dopo aver vinto il concorso magistrale, avevo scelto Meleto. Non conoscevo nulla di quella zona né avevo un’auto con cui andare a vedere i paesi in cui avrei potuto insegnare, ma mi era piaciuto quel nome: forse c’erano davvero gli alberi di mele, frutti magici che ricorrono spesso nelle favole, i più adatti agli incantesimi e alle magie, forse mi era rimasta in mente la visione della riproduzione di un quadro di Van Gogh che rappresentava un frutteto fiorente che tenevo appesa davanti alla scrivania nella mia camera e sul quale si posava spesso il mio sguardo nell’inconscia ricerca del paradiso perduto dell’infanzia.

Probabilmente pensavo a quello zampillare festoso dei fiori bianchi dai rami degli alberi quando scrissi “Meleto” sulla mia scheda.

Più tardi dovetti rendermi conto che c’erano due Meleti: Meleto Alto e Meleto Basso. Quello Alto era riservato alla collega più anziana, sposata e con maggior punteggio, e l’altro a me, maestrina di prima nomina. La distanza tra i due non era molta, ma mentre in quello Alto l’insegnante disponeva di un piccolo alloggio nella sede della scuola, io avrei dovuto cercarmi una sistemazione in quanto la “stanza” riservata alla sezione di “Scuola Unica Pluriclasse” composta dalle classi prima, seconda e terza, si trovava sopra una stalla con accanto un fienile.

Il parroco, col quale avevo parlato, mi aveva consigliato di alloggiare dalla Quinta, una vedova con figli piccoli che avrebbe potuto beneficiare, così disse, della mia retta mensile; lei stessa avrebbe provveduto a fare la spesa, pulire, cucinare.

Non cercai altro e mi sistemai nella cameretta che la Quinta mi mise a disposizione con un letto, un armadietto, un comodino e un tavolo che spostai subito sotto la finestra; di là avrei potuto, leggendo o scrivendo, guardare il panorama come a casa la riproduzione del “frutteto fiorente” di Van Gogh, solo che qui gli alberi sparsi tra l’ondulato mare che sfumava dal bruno intenso al giallo-ocra delle colline di Romagna erano veri (ma erano davvero alberi di mele?).

Qua e là in quel mare di zolle già pronte per la semina, apparivano le cascine sistemate nei punti più comodi dei poderi in cui arare, seminare, mietere, allevare maiali, galline, oche, tacchini e naturalmente, pensavo, cogliere le mele.

Le oche mi seguirono per un buon tratto di strada ballonzolando sui sassi ed emettendo il loro rauco richiamo, quando, il primo ottobre, mi recai a scuola, e la cosa mi parve di buon augurio.

Trovai un gruppetto di bambini davanti alla scaletta di pietra con la ringhiera di legno che portava nella sede della scuola: una stanza disadorna con due finestrelle dai vetri opachi, un’enorme lavagna posta su un cavalletto e alti banchi di legno simili a quelli della mia infanzia. Dal pavimento di travi consunte, s’intravvedeva qualcosa del locale sottostante adibito a stalla e deposito d’attrezzi.

Nell’angolo a destra, vicino a una delle finestre, c’era una stufa cilindrica di ghisa con accanto un mucchietto di legna, un po’ di sterpaglia e qualche vecchio giornale per accendere il fuoco.

I bambini entrarono e presero posto nei banchi, i più piccoli arrampicandosi sui sedili aiutati dai grandi, e anch’io sedetti dietro la cattedra massiccia assumendo per la prima volta la funzione d’insegnante “di ruolo”.

Imparai subito i loro nomi; erano circa una dozzina, quasi tutti parenti: fratelli, zii, cugini, nipoti. In campagna si sposavano presto e le donne avevano figli anche in età matura perciò, a volte, gli zii erano più giovani dei nipoti. Li annotai sui registri di classe: due di prima: Tina e Martino; sette di seconda: Leonardo, Armanda, Giuliano, Caterina, Natalina, Bruno, Gianfranco, Marcello; tre di terza: Paola, Secondino, Elvira.

Ogni tanto veniva, con la scusa di accompagnare i nipoti, uno zio pluriripetente che chiamavano Ranuccio, al quale nessuno si era preoccupato di fare una regolare iscrizione. Ascoltava, seduto su uno sgabello accanto alla stufa e poi, quando si stancava, se ne andava togliendosi il berretto, in segno di saluto. Spesso era lui a portare la legna e ad accendere il fuoco.

Incominciai a poco a poco a conoscere la loro vita e le loro abitudini. Si alzavano all’alba come i grandi, e prima di venire a scuola aiutavano i genitori a “governare le bestie” distribuendo fieno e acqua, riempiendo col latte appena munto i bidoni che servivano per la raccolta, portando il mangime alle galline e rovistando tra la paglia per trovare le uova che servivano per i famosi tagliolini romagnoli, piatto forte della mensa contadina.

La mattina, in ottobre, faceva già freddo e i maschietti arrivavano con la sciarpa e il berretto di lana mentre le bambine portavano scialli che le avvolgevano come mantelli. Indossavano indumenti già usati dai fratelli; giacche troppo ampie con maniche che li impacciavano nella scrittura e dovevo spesso rimboccare. Ai piedi calze di lana lavorate ai ferri e zoccoli di legno. Erano pochi quelli che avevano un vero paio di scarpe; alcuni portavano pantofole di panno con la suola di para o stivali di gomma.

Ci capimmo a prima vista e ci amammo subito. Li sentii “miei” perché capivo i loro disagi e i loro problemi, perché mi erano stati affidati ed ero responsabile non solo della loro educazione ma del loro benessere, per il quale sentivo di voler fare tutto il possibile.

Quando non veniva Ranuccio, il primo dei grandi che arrivava accendeva la stufa ed erano molto più esperti di me perché riuscivano a non riempire la stanza di fumo. Io, intanto, avevo pulito i vetri, lucidato i banchi, appeso al muro l’alfabetiere e alcuni quadretti che servivano per l’attività didattica. L’aula assunse un aspetto più luminoso e vivace che ci rese più contenti.

Avevo pregato la proprietaria di quella stanza “con stalla e fienile” di lavare il pavimento e togliere le ragnatele. Il gabinetto era fuori: quattro tavole di legno coperte da frasche, un asse orizzontale con sotto la paglia, e una specie di porta sconnessa legata al palo con una corda. Per chi veniva dalla città come me non poteva dirsi una sistemazione ideale, ma per amore dei “miei” bambini mi adattai.

Eravamo ormai in novembre e con molti sforzi e molta pazienza cercavo di svolgere il programma nel migliore dei modi. Avevo adottato il metodo del “mutuo insegnamento”: mentre mi occupavo della prima gli alunni di terza aiutavano quelli di seconda e mentre mi dedicavo alla terza quelli di prima o di seconda eseguivano un compito o disegnavano e così via. Non era facile, ma riuscivo a destreggiarmi tra un programma e l’altro. Ogni tanto li facevo cantare o giocare inventando quiz e filastrocche.

Erano bambini tranquilli, ubbidienti: si capiva che erano abituati a una disciplina rigida, quella delle famiglie patriarcali e povere, dove era necessario per tutti il senso del dovere e, a volte, anche la rinuncia.

Quello che mi faceva più tenerezza era Martino, un ragazzino sparuto che portava pantaloni di fustagno tenuti su con le bretelle e una giacca striminzita. Arrivava sempre in ritardo perché la sua cascina era la più lontana, al di là del torrente. Lo sentivo arrivare dal rumore degli zoccoli che trascinava a fatica su per le scale. Aveva un ciuffetto di capelli rossi che usciva da sotto il berretto e due occhioni azzurri che si guardavano intorno sorpresi e un po’ spaventati.

Col primo stipendio avevo dato al postino una somma perché gli comprasse un paio di scarpe di cuoio al mercato di Mondaino, il paese più vicino a Meleto. Avevo preso la misura con uno dei rametti per accendere il fuoco e gli raccomandai che fossero almeno un centimetro più lunghe. Me le portò dopo qualche giorno: erano scarpe robuste, con le stringhe e la suola di para, adatte per l’inverno.

Volevo provargliele subito ma non ebbi il coraggio. Che cosa avrebbe pensato? E agli altri, nulla? Che reazione potevo aspettarmi dai genitori? Pensai che avevo sbagliato, che si sarebbero offesi, e una notte sognai che venivano a restituirmi le scarpe così come il calzolaio della favola aveva reso al ricco signore il sacchetto di monete d’oro che gli aveva tolto l’allegria.

Incominciò a piovere, una pioggia fitta, sottile, una pioggia, disse la Quinta, che preparava la neve.

La mattina li trovavo tremanti sulla scaletta, zoccoli e calzettoni bagnati: erano passati nei fossi, qualcuno, come Martino, addirittura nel guado del torrente, forse scivolando sui sassi. Stesi una corda sulla stufa e raccomandai a tutti di portarsi un paio di calze di ricambio per poter fare asciugare quelle bagnate. Molti erano raffreddati e tossivano. Martino si ammalò e restò a casa parecchi giorni. Dovevo decidermi a dargli le scarpe ma non sapevo come fare, che occasione trovare… Poi finalmente, ecco l’idea geniale: una festa!

Si avvicina il giorno di San Martino, l’undici novembre, che era anche il giorno del mio compleanno, il primo che passavo lontano da casa. Chi lo avrebbe ricordato? Non avevo telefono e potevo solo ricevere auguri scritti. Da chi? Pensavo alla mia famiglia, ai colleghi della facoltà di Magistero che avevo abbandonato, e anche a lui, sì, quell’amore infelice che mi aveva lacerato l’anima distruggendo sogni e speranze.

Avevo ricominciato a vivere lì, nella scuoletta di Meleto Basso; avevo ritrovato la serenità negli sguardi e nei sorrisi di quelli che consideravo “i miei bambini”, tra nasetti arrossati, mani intirizzite dal freddo, piedini bagnati che trascinavano pesanti zoccoli di legno. Ora però avevo quelle scarpe che dovevo assolutamente regalare a Martino prima che giungesse l’inverno.

  • L’undici faremo una festa – dissi un giorno entrando in classe – una festa qui, a scuola… È il mio compleanno e anche l’onomastico di Martino… li festeggeremo insieme… Siete contenti?

Lessi la loro sorpresa negli occhi spalancati che mi fissavano incuriositi e quasi increduli.

-… Una festa… una festa…- Da un banco all’altro ci fu un rincorrersi di voci e il legno degli zoccoli comunicò l’agitazione a quello del pavimento facendo scricchiolare le travi antiche. Anche la stufa prese ad ardere più allegramente manifestando la gioia con qualche sbuffo di fumo: la festa era già nell’aria e soprattutto nei cuori.

Raccontai di San Martino, del suo gesto d’amore alle porte di Amiens e li invitai ad illustrarlo; poi appesi i disegni sulla lavagna e alle pareti, anche quelli che sembravano semplici scarabocchi. Forse anche i grandi artisti avevano cominciato così, pensavo: l’arte segue vie misteriose.

Nel pomeriggio il parroco mi diede un passaggio fino a Morciano di Romagna con la sua scassata giardinetta: dovevo comprare un regalino per tutti e procurarmi l’occorrente per decorare la torta. Quella doveva essere una super torta, una torta da ricordare anche per il suo aspetto. Comperai ciliegine candite, confetti argentati, fiori di zucchero, palline di cioccolato e, in cartoleria, quaderni, matite, pastelli, temperini, album da colorare.

Finì così, per la festa di San Martino, il mio primo stipendio da maestrina di campagna in una scuola unica pluriclasse. Passai una notte agitata e forse anche ai miei alunni accadde la stessa cosa.

Ero emozionata: a casa mi ero sempre aspettata che fossero gli altri a ricordarsi del mio compleanno e a festeggiarmi, e ora sentivo che la cosa principale della vita non era ricevere ma donare.

La sera precedente avevo preparato tanti pacchettini col nome del destinatario e la mattina dell’undici mi alzai prestissimo. La Quinta, dopo aver tolto la torta dal forno, l’aveva lasciata sul tavolo di cucina e dovevo decorarla. Sulla glassa candida come neve disposi tutti i miei tesori. Era meravigliosa, proprio come quelle delle favole. Solo alla fine mi accorsi che avevo dimenticato le candele; Quinta ne trovò una nel cassetto della credenza e presi quella per farla spegnere da Martino, il festeggiato, che era anche il più piccolo della nidiata.

M’incamminai. Faceva freddo. – Aria di neve, signora maestra – mi disse uno passando col carro – È ora, sa? L’anno scorso era già arrivata. Quando il mosto diventa vino anche la neve si mette in cammino – sentenziò allontanandosi.

La neve… non ci avevo pensato. Sarebbe stato bello che San Martino ci facesse anche la sorpresa della neve. Quando arrivai li trovai seduti sulla scaletta, uno vicino all’altro per tenersi caldo. La stufa era accesa e le calze, sopra la cordicella, erano asciutte. Liberai la cattedra da libri e quaderni e vi stesi una tovaglia; poi tirai fuori dalla cartella i pacchettini e, alla fine, la scatola delle scarpe… Lasciai il posto per la torta che la Quinta avrebbe portato più tardi.

Sulla lavagna scrissi col gesso colorato: “UNDICI NOVEMBRE, FESTA DI SAN MARTINO”. Dopo la preghiera ci mettemmo a cantare. Quando arrivò la Quinta con la torta tutti si avvicinarono e appena tolsi la carta che la ricopriva ci fu un coro generale di meraviglia. Era quello che volevo: renderli felici come lo ero io. Accesi la candela e la spegnemmo tutti insieme; poi ciascuno ebbe il suo regalino e una fetta di torta. Qualcuno fece anche il bis.

Nell’emozione, nell’allegria generale non ci eravamo accorti che, fuori dalla finestra, qualcosa si sbriciolava nell’aria. Poi si fece silenzio e qualcuno esclamò: -La neve… maestra… la neve!

Ci affacciammo e sentii una vocina che chiedeva: -San Martino avrà già dato il suo mantello al povero? – Era Martino. Fu allora che mi decisi ad aprire la scatola delle scarpe. Lo feci sedere accanto alla stufa, tolsi zoccole e calze e gli infilai le scarpe “da grande” con la suola di para e le stringhe.

Martino le guardava incredulo e non osava alzarsi in piedi.

  • Alzati! – gli disse sua cugina Tina – Cammina!

Fece i primi passi quasi barcollando e il ciuffetto rosso gli saltellò sulla fronte.

  • Ti vanno bene? Non ti fanno male? – gli chiesi. Annuì: erano perfette.
  • Sono belle… sono scarpe “vere” – sussurrò un altro.

Ero commossa e avrei voluto stringerli tutti in un abbraccio.

  • Venite… venite accanto alla stufa… ora vi racconterò una favola…

Sedetti sulla panca e mi furono tutti addosso come un enorme mazzo di fiori. Fuori grossi fiocchi di neve danzavano nell’aria e tutti li guardavano incantati, mentre io sentivo sciogliersi in me ogni pena come fiocchi di neve sul palmo della mano. Sì, era quella la festa, la “vera” festa, come erano “vere” le scarpe di Martino, come “vero” era il fuoco che ci scaldava, “vera” la neve che ci rallegrava con la sua magica presenza. Sentivo che a quella festa partecipava tutto il creato. Si fece silenzio, un silenzio incantato. Allora incominciai:

  • C’era una volta un paesino che si chiamava Meleto, Meleto Basso di Saludecio e un giorno, l’undici novembre, festa di San Martino…

PRIMO PREMIO VOCI DI DONNE, Savona 1998

Motivazione:
Una scuoletta di campagna, una maestrina alle prime armi. La scoperta di un mondo semplice, povero, dove i bambini calzano zoccoli e calzettoni di lana di pecora, hanno i geloni alle mani e, come il piccolo Martino, sognano un paio di “vere” scarpe. Martino avrà le scarpe e tutti gli scolari insieme a lui avranno la loro festa.

Emana da queste pagine un buon odore di legna, di stalla, di tutto quello che forse ciascuno di noi ha alle spalle, ma che ormai ha un sapore di preistoria: vero solo nel nostro ricordo.

Trattato con un linguaggio semplice e delicato, il racconto si è imposto all’attenzione della Giuria aggiudicandosi il primo premio.

Savona, 8 marzo 1998

CAMILLA SALVAGO RAGGI
Presidente della Giuria

Profilo biografico

Maria Luigia Valenti Ronco (Arezzo, 11 novembre 1926 – Roma Eur 19 ottobre 2019) è stata la prima donna vincitrice del Premio Roma nel 1982, che le era stato consegnato dal Presidente Sandro Pertini e dal Premier Spadolini. Ha pubblicato per diverse case editrici come Giunti, De Agostini, La Scuola, San Paolo. È nota soprattutto come scrittrice per l’infanzia ma anche come autorevole autrice di numerosi programmi radiofonici a carattere religioso (RAI, Radio Vaticana). Ha sviluppato con sensibilità e profondità le tematiche dell’infanzia e dell’adolescenza ed aveva collaborato alle pagine culturali di diverse riviste di settore ma anche di quotidiani nazionali.

A 16 anni, durante l’ultima guerra, insegnava già nelle scuole elementari del comprensorio di Albenga come supplente anche per aiutare la famiglia rimasta senza risorse visto che il padre, il Colonnello France Paolo Ronco, al comando del Reggimento Nembo impegnato nella Guerra di Liberazione, era considerato un traditore dalle autorità della Repubblica Sociale allora dominanti anche in Liguria. Per questo motivo per lunghi mesi Maria Luigia insieme alla madre Angela e ai fratelli Antonino e Maria Teresa, non aveva più di che vivere.

Fra le sue opere più note: Il vagabondo e la barchetta di carta e altri racconti (Capobianco, 1993), Alla stazione di Omsk (De Agostini, 1995), Fiabe e leggende giapponesi (Giunti, 1998), Il mistero degli angeli (Libreria Editrice Vaticana, 2000), Le donne della lampada: viaggio nel femminismo evangelico (Edizioni Pro Sanctitate, 2004), Francesca Romana. La santa della solidarietà e della speranza (San Paolo Edizioni, 2005), Come stelle nel cielo. Martiri santi, beati, mistici nell’universo cristiano (Edizioni Pro Sanctitate, 2009). Nel 2010 ha vinto il Primo premio Bancarellino per il suo romanzo autobiografico sulla shoah Il Pianoforte di Mara, (La Scuola, Brescia) con la prefazione dello storico, scrittore ed ex comandante partigiano (ma anche personaggio evocato nel libro) Mario Giovana.

Poche settimane prima della morte è uscito per i tipi della Helicon di Arezzo il suo LA FANTASCIENZA, una risposta della fantasia ai misteri dell’universo tratto dal suo lungo lavoro di ricerca per quella che negli anni Settanta è stata la prima trasmissione radiofonica sceneggiata messa in onda da Rai Radio Tre (Radio Firenze con la regia di Giorgio Ciarpaglini) sulla storia della fantascienza che secondo l’autrice nasce con la storia dell’uomo e si sviluppa già pienamente con la mitologia greca. La ERI avrebbe dovuto pubblicarla ma la RAI non ebbe mai contezza del valore di questo lungo e rivoluzionario saggio che era stato lodato anche da uno dei maggiori scrittori italiani, Giorgio Manganelli.

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