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Genova 2001, 25 anni dopo: la testimonianza del giornalista Mark Covell

Articolo pubblicato originariamente da Passa Parola

Mark Covell è un giornalista britannico freelance che nel luglio 2001 seguì per Indymedia il vertice G8 di Genova, vivendo in prima linea gli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine. Fu tra le 93 persone, tra attivisti e giornalisti, coinvolte nella violenta irruzione alla scuola Diaz: massacrato di botte, riportò la frattura di una mano, delle costole e di sedici denti, oltre a gravi danni alla colonna vertebrale. Cadde in coma e fu poi arrestato. Da allora è diventato uno dei testimoni simbolo dei processi italiani “Diaz e Bolzaneto” fino alla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo del 2015 in cui l’Italia venne condannata per tortura. La sua testimonianza è preziosa per comprendere non solo ciò che accadde quella notte, ma anche come quegli eventi abbiano influenzato, negli ultimi 25 anni, il giornalismo investigativo, il dibattito pubblico e le politiche di sicurezza. Mark sarà ospite IN PRESENZA della sezione ANPI Lussemburgo nell’evento di OGGI, “G8 Genova, 25 anni dopo: protestare in piazza è possibile”? Parteciperanno anche la sociologa Donatella Porta e Roberto Martone, portavoce di “In difesa di” per i diritti umani.

Qui tutte le info: https://lussemburgo.anpi.it/

Guardando indietro, quali sono i principali insegnamenti che il G8 di Genova ha dato al giornalismo di cronaca in situazioni di protesta?

Mark Covell a Genova

A Genova i media indipendenti, i social media e i media dei cittadini sono arrivati a maturità e sono stati messi alla prova su larga scala. Lì è nato anche l’hacktivismo, cioè l’hacking politico, grazie ad Autistici/Inventati/GCN (collettivo toscano che sviluppa servizi informatici indipendenti e che fornisce indirizzi email, siti web, blog e newsletter ad altri attivisti e collettivi, recentemente finito nel mirino del governo degli Stati Uniti, che il 26 agosto 2026 lo ha inserito nella lista dei “terroristi globali” (Specially Designated Global Terrorist), con conseguenti sanzioni. Pochi giorni dopo il collettivo ha annunciato la chiusura di tutti i suoi servizi, ndr)

Ciò che lo ha reso possibile è stata la struttura unica di Indymedia rispetto alle reti giornalistiche tradizionali. L’invenzione della pagina di upload per l’auto-pubblicazione ha trasformato radicalmente internet in una strada a doppio senso: prima bisognava conoscere il codice e saper costruire siti web per poter dire qualcosa. Indymedia capì fin da subito che, mentre costruiva una rete di informazione rivoluzionaria, democratica e legata ai movimenti, i vecchi network dell’informazione avrebbero cercato di chiuderla o di ignorare gli sviluppi mediatici su internet. Va ricordato che Murdoch tentò di far mettere al bando internet per proteggere il proprio impero. Poiché Indymedia si era posizionata come un sito di notizie rivoluzionario, scoppiò una guerra con i media tradizionali, e numerose organizzazioni mediatiche tentarono di portarla in tribunale in vari paesi. Tutti questi tentativi fallirono, perché Indymedia non esisteva ufficialmente, contava 2000 giornalisti volontari che lavoravano dalle camere da letto di casa loro e 400 hacker esperti che si occupavano della sua sicurezza. Questa guerra durò diversi anni, finché i vecchi network si arresero o chiusero. Alla fine consumò anche Indymedia, quando la generazione successiva si spostò su altre piattaforme social e cominciò a organizzare le manifestazioni su WhatsApp. La fine delle guerre con i media tradizionali, ai tempi di Occupy, portò gran parte della popolazione a diffidare dei giornalisti e dei media in generale. Le reti televisive e i network d’informazione convenzionali come CNN e BBC vedono calare i loro spettatori.

La mia carriera di giornalista di Indymedia UK è cresciuta dopo Genova, fino a diventare global despatch editor (caporedattore internazionale, ndr), con la responsabilità di diversi siti Indymedia in tutto il mondo, e ho lavorato come giornalista e redattore di conflitti internazionali con la NUJ fino all’inizio del 2010, quando mi sono ritirato per dedicarmi finalmente a vincere il caso Diaz. In definitiva, a Genova Indymedia è stata al centro di un cambiamento controverso, mentre i vecchi media degli anni ’90 lasciavano il posto ai nuovi media degli anni 2010. Come nota a margine, Genova e le indagini sui crimini contro i diritti umani hanno portato alla nascita di reti di indagine forense civica. Bellingcat e Forensic Architecture hanno indagato sull’abbattimento del volo MH17 e sul massacro di Bucha.

C’è una frase, un’immagine o un suono di quei giorni che ti segue ancora oggi?

Me l’hanno già chiesto in passato ed è difficile isolare dei momenti in particolare, perché Genova fu una serie così intensa di scontri, irruzioni e torture. Alcune delle immagini a cui sono più legato vengono dall’interno di Indymedia e dai processi successivi. Per 11 anni è stato un progetto totalizzante, per arrivare in fondo alla storia di Genova e dell’irruzione alla Diaz.

che ricordo più di tutto sono le urla che arrivavano dalla Pertini ( indica la scuola Pertini, che a Genova faceva parte del complesso della Diaz, ndr) dopo il secondo attacco, mentre la polizia si riversava nel cortile. Ci fu anche un momento, all’arrivo del terzo attacco, in cui capii che stavo per morire. Cadere in coma fu come attraversare un tunnel di luce, e poi il nulla. Il primo attacco mi stordì e mi immobilizzò. Il secondo, pochi minuti dopo, causò danni enormi al mio corpo. Il terzo fu il colpo finale, seguito da 14 ore di coma: il secondo attacco mi spezzò la mano sinistra… l’intera gabbia toracica sul lato sinistro andò completamente in frantumi. La spina dorsale fu danneggiata e subii un’emorragia interna massiccia. Il terzo attacco fu, né più né meno, la spaccatura del mio cranio: l’agente sapeva che mi avrebbe ucciso, data la forza che usò. Un altro calcio alla bocca mi fratturò o mi fece saltare 16 denti.

Radio GAP (Global Audio Project) fu il primo progetto di network delle emittenti antagoniste e alternative della sinistra italiana, con 18 ore di diretta al giorno da Genova durante il G8

Che consigli daresti ai giovani giornalisti che si trovano a dover coprire manifestazioni potenzialmente violente?

 Se gli studenti di giornalismo vogliono intraprendere la carriera di giornalista di conflitti internazionali o di fotografo di guerra, è andando alle manifestazioni violente che si comincia ad allenarsi. I giornalisti devono essere facilmente riconoscibili come tali, che siano operatori video o fotografi. Bisogna avere una grande consapevolezza di ciò che si ha intorno, anche quando si è concentrati per ottenere il video o la foto. Organizzatevi con una guida locale dotata di mezzo di trasporto, che possa portarvi dentro e fuori da un luogo. Una squadra dovrebbe comprendere un producer, un fotografo o operatore video e una terza persona che tenga d’occhio altre minacce nelle vicinanze. Dovreste sempre andare a filmare o fotografare le manifestazioni violente, per abituarvi alle scene e ai suoni che incontrerete in una vera zona di guerra. Se lavorate per un grande network globale, riceverete ulteriore formazione. Procuratevi una maschera antigas, se possibile. Conoscete i vostri limiti e ritiratevi se la situazione è troppo pericolosa. La vostra vita non vale una foto o un video, a meno che non siate Robert Capa. Passare dall’aula o dalla propria camera da letto al lavoro da giornalista indipendente può essere uno shock la prima volta. Vedere violenza e danni alla proprietà su una scala come quella di Genova può essere scioccante la prima volta.

Intervista di Paola Cairo – Foto: Mark Covell

Articolo pubblicato originariamente da Passa Parola

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