Il poeta e imprenditore Silvano Masacci (Viareggio, 18 febbraio 1948 – Fiesole, 16 ottobre 2026) è stato un grande amico di ClubMediaItalie. L’incontro personale con lui appartiene a quel regno raro e incantato che le favole antiche possono riservare, incontri che sembrano attesi da sempre, anche quando arrivano senza preavviso.
La sua parola poetica, cristallina e essenziale, aveva preso forma negli anni Ottanta nei raffinatissimi volumi prodotti a Sarzana da Marco Carpena. In quelle pagine si scorgeva già il lungo viaggio di Silvano: un viaggio insieme reale ed esistenziale, fatto di strade terrestri e di costellazioni, di memorie familiari e di lontananze cosmiche.
Dodici anni fa, una telefonata inaspettata giunse in redazione. Mi aveva trovato lui, dopo che per tanto tempo ero stato io a cercarlo. Nel mio reportage di guerra dall’Afghanistan avevo evocato le sue parole — un frammento del suo poemetto Natale duemila ottantaquattro, dal Terzo Planetario — per raccontare il dramma di una solitudine collettiva, interstellare, capace di abitare tanto i deserti afghani quanto l’immensità dello spazio. Non so come Silvano fosse riuscito a intercettare il mio libro (Tutto il fuoco del mondo, Armando Editore, Roma), né come avesse ritrovato, tra quelle pagine segnate dalla guerra, la sua poesia. Ma la sua chiamata fu un momento di gioiosa meraviglia: quella sua poesia, infatti, era stata una pulsar, un faro (mia madre a Roma Eur la faceva imparare a memoria ai suoi bambini di quinta elementare a natale).
Dopo tanto tempo scoprivo così l’uomo dietro il poeta misterioso: un imprenditore «dei viaggi», titolare dell’agenzia Giotto Viaggi di Firenze. Non l’intellettuale schivo e taciturno che avevo immaginato, ma un uomo vitale, allegro, pronto alla battuta, deciso a scacciare dalla vita di ciascuno ogni ombra di tristezza. In lui abitavano due anime: quella nascosta del poeta puro e quella dell’impresario dei viaggi — in fondo, coerente con l’aspirazione universale della poesia che è anche la parola di lontananze senza confini.
Quando a Lione cercai di avvicinarmi al grande oncologo, professor Lorenzo Tomatis, epidemiologo e direttore per sedici anni del CIRC — la grande struttura della OMS che nella capitale del Rodano raccoglie e studia i dati epidemiologici mondiali sui tumori — usai l’antica categoria degli auguri di Natale, e mi affidai alla poesia di Silvano. Tomatis decise di ringraziarmi subito per telefono.
Natale duemila ottantaquattro dal Terzo Planetario, pubblicato da Marco Carpena nel 1984, era un poema dal futuro, ma anche una presenza viva nella memoria storica della nostra famiglia Valenti Ronco: per i legami con il premio letterario Lerici Pea e per l’affetto che l’editore Marco Carpena aveva rivolto tanto a mia madre quanto a Silvano, che per un certo periodo fu il braccio destro di Carpena.
Silvano si era laureato in Lettere all’Università di Pisa per poi conseguire un master in storia dell’arte medievale a Padova. Fu finalista al Premio Viareggio nel 1979 e vinse il LericiPea nel 1980 proprio con quel suo Natale cosmico, che resta la vetta più alta della sua scarna produzione letteraria. Nel 1988 fu chiamato nella giuria del Premio Lerici Pea accanto a Giorgio Caproni e Maria Luisa Spaziani: un indizio, se mai ce ne fosse stato bisogno, della stima che la poesia italiana gli riconosceva.
Era commovente sentirlo parlare degli ultimi della terra che aveva cantato nelle sue liriche: i disperati, i pazzi, gli emarginati. Quegli ultimi con i quali anche noi possiamo ambire a diventare più onesti e più veri, perché custodiscono la verità nuda della vita.
Credo che l’apice del suo lungo viaggio fosse già raccolto in Natale duemila ottantaquattro, in una data remota e forse ormai irraggiungibile. Ed ecco il suo Mare della Serenità, presso il cratere di Bessel, dove hanno rinvenuto i resti di un orsacchiotto di stoffa appartenuto ai bambini lunari, mentre «l’inverno mi si attanaglia nel cuore».
Silvano se n’è andato a Fiesole in un mattino d’ottobre, lasciando dietro di sé il vuoto della sua bella risata toscana e il silenzio luminoso delle sue liriche essenziali. Stanne certo Silvano, non ti dimenticheremo.
